5 Aprile 2025

I veri leghisti lasciano la Lega. Anche al Sud.

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I veri leghisti lasciano la Lega. Anche al Sud.

“La Lega non è più quella in cui sono cresciuta. E il Sud merita di meglio.”

La mia avventura con la Lega finisce qui. E finisce con la piena consapevolezza di chi ha vissuto questo percorso sulla pelle, con dignità, con coerenza, e con la lucidità necessaria per dire: “non è più il partito in cui ho creduto”. Ma non sono sola. Oggi in molti — i veri leghisti, quelli della prima ora, quelli che non hanno mai barattato le proprie idee per un incarico — si stanno dissociando. E hanno ragione. Perché ciò che accade oggi, qui, in Calabria, non ha nulla a che vedere con la Lega delle origini.

Sono cresciuta con la Lega. Non per moda o opportunità. Ci sono cresciuta letteralmente, da quando ero in fasce. Mio padre è stato uno dei primi leghisti al Sud, quando militare in questo partito era un atto di rottura, di coraggio, di visione. Portavamo una bandiera scomoda, ma vera. Portavamo un’idea: non contro un territorio, ma contro un sistema. Perché la Lega non è mai nata per dividere l’Italia in due. È nata per distinguere chi costruisce da chi consuma, chi produce da chi pretende, chi lotta da chi sopravvive di rendita.

La Lega non ha mai odiato il Sud. Ha combattuto un certo Sud: quello che vive di parassitismo e assistenzialismo. Quello che si regge sull’abitudine al favore, sulla cultura della dipendenza, sull’occupazione sistematica di ruoli e spazi pubblici in base alla fedeltà e non al merito. Ha sfidato la logica dell’eterna emergenza, la burocrazia come strumento di controllo, la politica come sopravvivenza. Quel Sud, purtroppo, esiste ancora. E oggi — paradossalmente — ha messo le mani anche sulla Lega.

In Calabria, la Lega è stata contaminata. Non è più un progetto politico. È un contenitore di ambizioni personali, un laboratorio di trasformismo, un luogo dove si entra non per merito, ma per convenienza. Un partito che premia chi ieri lo osteggiava e umilia chi ha creduto e combattuto. Sono entrati dalla porta principale coloro che fino a ieri insultavano il nostro simbolo. Chi ha militato altrove, chi lo ha infangato pubblicamente, chi ne ha riso. Oggi costoro rappresentano la Lega.

E chi invece ha portato voti, chi ha fatto sacrifici veri, chi ha indossato la maglietta senza tornaconti, è stato ignorato. Non escluso, peggio: TRADITO. Come se la coerenza fosse un difetto, e il camaleontismo una dote.

Tutto è stato capovolto. La Lega, nata per rompere i meccanismi del clientelismo e del potere fine a sé stesso, oggi è diventata essa stessa espressione di quelle logiche. Si litiga per le nomine, si sgomita per una delega, si resta in silenzio per paura di perdere una posizione. Il dissenso è punito. L’obbedienza cieca è premiata. Ma senza dissenso non c’è politica. Senza meritocrazia non c’è Lega.

Io la Lega la porto ancora dentro, sì. Ma quella vera. Quella che nasceva al Nord, nella rabbia di chi produceva e si sentiva abbandonato. Quella che parlava di autonomia, di federalismo, di sussidiarietà. Quella che metteva al centro il cittadino, non il funzionario. Quella che denunciava “Roma ladrona” e sognava un’Italia snella, efficiente, concreta. Non quella che oggi si è integrata perfettamente nei palazzi, che accetta il compromesso come sistema, che sacrifica i suoi valori per una foto di gruppo.

Per questo oggi prendo le distanze. Senza tentennamenti, senza ambiguità. Perché in Calabria la Lega ha smarrito la rotta. È diventata il contrario di sé stessa. Governata da chi non conosce la sua storia, gestita da chi ne sfrutta il simbolo per scalare gerarchie. La storia, però, non si cancella. La Lega non si inventa. Non si compra. La Lega si conosce, si studia, si rispetta.

La storia insegna, ma in Calabria — e non solo — non ci sono scolari. Si vive di slogan, si sopravvive per incarichi, si governa senza visione. Ma io non sono disposta a restare zitta. Non sarò complice di chi svende ciò che abbiamo costruito. Non sarò spettatrice di chi trasforma il partito in un’azienda per pochi. Esco, sì. Ma con la schiena dritta, con la coscienza pulita. E con la bandiera della Lega — quella vera — ancora nel cuore.

Quella di chi ci ha creduto.
Quella di chi non si piega.

Pellegrini Strigaro Pierfrancesca

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